sabato 14 febbraio 2009

QUATTRO SALTI IN PADELLA.




(Riportiamo da Il Giornale, http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=328272)




Quattro salti in padella per seppellire Eluana. Suvvia, avvocato Giuseppe Campeis, proprio lei che è stato per giorni e giorni sulle barricate. In difesa della buona morte per una giovane donna Svp. Che non è il contrario di Vip ma significa, come lei sa bene avvocato, in stato vegetativo permanente. Che cattivo gusto, ci perdoni, avvocato. A volerlo proprio fare sarebbe stato meglio un incontro nel suo studio, formale e asettico come la camera di Eluana per l’addio ai giornalisti. Tipo: prendete qualcosa?, una stretta di mano e via, grazie. A mai più rivederci.Macché, addirittura un ricevimento nella magione avita: Fraelacco di Tricesimo, via San Vito e Modesto. Un cosa francamente un po’ esagerata per l’occasione. Come la cena da grandi occasioni: catering e camerieri in guanti bianchi che girano a servire alla sua famiglia e ai commensali invitati orzotto con fagioli, cjarsons (leggasi cannelloni carnici) e lombata di cervo. Ma come? Lei, «mister centomila euro a botta», come la chiamano in tutto il Friuli, per colpa o merito della sua parcella-tipo. Lei che gira, con aplomb inarrivabile, a bordo della sua Ferrari che va ad invitare a cena tutti i giornalisti per il congedo da una vicenda che non ha fatto certo venire appetito, creda.A proposito, non tutti giornalisti. Solo quelli neutrali o amici. Dalla parte di Beppino Englaro, della sua battaglia. E della sua vittoria. Quindi non l’inviato del Giornale, che pure conoscendo il suo pensiero, fin dalla prima telefonata, ha cercato di disturbarla il meno possibile. Sarà senza dubbio un caso, caro avvocato. Oppure può darsi che il suo gran maestro e cerimoniere che ha organizzato la cenetta d’addio, e quindi ha lavorato di pissi pissi bao bao nell’orecchio per accertarsi che tutti avessero il prestigioso invito non ha cercato l’orecchio dei giornalisti d’opposizione, paladini della vita. Impeccabile, come sempre avvocato Campeis. Se la guardiamo da un’altra prospettiva lei con questo brindisi su quel che resta della povera Eluana e di questa grama storia lei, ci permetta, ha sbagliato arringa. Avrebbe fatto meglio ad astenersi, insomma, da quest’ultimo atto. Perché forse sarebbe stato più consono, come diceva qualcuno, che nemmeno c’è bisogno di ricordare a lei che «un bel tacer non fu mai scritto». Specie in una simile circostanza. Detto tutto ciò, glielo garantiamo, caro avvocato: il Giornale non avrebbe presenziato alla sua festicciola. Perché ognuno ha il suo stile, anche nelle battaglie. Così anche la sua coscienza eno-gastronomica, oltre a tante altre coscienze che le hanno fanno compagnia di questi giorni, si può tranquillizzare.
AVVENIRE - Non abbandona le primissime posizioni il caso Englaro, anzi vi dedica tre fitte pagine. Interessante il resoconto dell'autopsia - omessi dal giornale i particolari, ovviamente - che conferma ciò che le suore avevano detto: Eluana pesava al momento del decesso 52 chili e mezzo, non aveva piaghe né altri segni di disagio esteriori, quindi era stata ben curata e non era particolarmente debole. Davvero incredibile, invece, quanto riportato in un box: l'avvocato di Beppino Englaro a Udine, Giuseppe Campeis, ha offerto una cena nella sua villa seicentesca per ringraziare i giornalisti che avevano seguito il caso Englaro. Il tutto mentre Eluana non era stata ancora sepolta... «So che mi mancherete molto», avrebbe detto l'avvocato ai giornalisti, «e vi voglio ringraziare per la vicinanza e la collaborazione». «Avrebbe detto» perché i giornalisti di Avvenire non sono stati invitati, e, scrivono, «non avremmo partecipato».
Surreale cena per ringraziare i giornalisti
Un ricco catering nella sua villa seicentesca – quella dove nonni, genitori e poi i figli hanno studiato da avvocati – camerieri in guanti bianchi, i migliori vini friulani: Eluana attendeva ancora sepoltura, ieri sera, quando nelle campagne fuori Udine l'avvocato Campeis, il legale udinese della famiglia Englaro, ha imbandito la sua tavola per i giornalisti.«So già che mi mancherete molto; con questa cena vi voglio ringraziare per la vicinanza e la collaborazione che ci avete dato...». C'erano quasi tutti i colleghi della carta stampata, accolti con raffinatezza nel lusso di Villa Campeis. C'era finalmente Daniele Renzulli, figura storica del socialismo friulano, dicono il protagonista occulto dell'intera vicenda. In alto i calici: impresa giunta a buon fine.La festa è andata avanti fin quasi all'alba, poi tutti a letto, sazi, ma qualcuno anche turbato: «Ci siamo andati – racconta il collega di un grande quotidiano –: effettivamente era qualcosa di surreale». Al mattino, viso stanco e occhiaie per tutti: bisogna correre a Paluzza, oggi si seppellisce Eluana.
M.P.
«Se avrei fatto la sua stessa scelta? non lo so, bisogna esserci dentro»
«Volevano il golpe, così l'ho sventato»
Giuseppe Campeis, avvocato di Beppino Englaro: «Mi hanno detto comunista. Sono cattolico, altro che Marx»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
UDINE - «Mi hanno dato anche del comunista, capisce? A me, del comunista ». È l'unico momento in cui Giuseppe Campeis affonda due dita nel colletto della camicia rosa, di colore leggermente più tenue della cravatta, e perde quella postura rigida che per deformazione professionale mantiene anche quando non c'è più nulla per cui stare vigili. «Sono cattolico, ma non un praticante domenicale, mentre mia moglie e i miei figli lo sono. Ma soprattutto sono un conservatore, un vecchio liberale. Altro che Marx». C'è un clima strano, nello studio dell'avvocato che ha gestito e progettato l'ultimo viaggio di Eluana. Il sollievo si mescola con l'imbarazzo, perché la fine di queste giornate tremende si sovrappone alla morte di una donna. «Se avrei fatto la stessa scelta di Beppino? Non lo so. Bisogna esserci dentro, provare certe sensazioni. Non credo sia giusto chiedermelo». Mister 100 mila euro ha lavorato gratis. Lo chiamano così, a Udine. Dicono che per sedersi di fronte a lui, quella sia la cifra minima. A Beppino Englaro non ha chiesto una lira. «Credo nel mio mestiere. Mi illudo ancora di vivere in un Paese ordinato, come lo era una volta l'Austria, dove le sentenze si rispettano, dove c'è la separazione tra i poteri. Come cattolico, non mi sento in contraddizione. Questa era una battaglia di diritto».
Giuseppe Campeis è il più importante avvocato di Udine. Un ex ufficiale di Marina, figlio di un alpino che ha fatto la guerra in Albania. Ex pilota di rally, amante delle immersioni e della montagna, capace di entusiasmarsi per le tracce lasciate dai suoi sci su una pista ancora vergine. Padre avvocato, figli avvocati. Ricco, e si vede. Dai gemelli in oro alla villa in collina fino alla collezione di auto sportive in garage, tra le quali vi sono due Ferrari. In questa storia doveva essere l'ufficiale di collegamento tra Beppino Englaro e il resto del mondo. È finito per diventare il cardine di questa storia, detestato o apprezzato, a seconda delle fazioni. L'avvocato ha tirato le fila di questa vicenda, costruendo quell'involucro giuridico intorno al quale hanno girato senza venirne a capo gli ispettori di Sacconi, i carabinieri del Nas, la Procura. «È cominciata come una storia tra gente di Carnia. Il mio ruolo doveva essere marginale. Ma poi ho conosciuto Beppino. Un uomo di montagna, anche lui. Di poche parole come me. Anche lui ha studiato il tedesco, è affascinato da quella cultura. Anche lui è una sorta di luterano senza essere tale. Il terzo carnico è Giuseppe Tondo, il presidente della Regione». Dopo il fallimento del tentativo alla clinica «Città di Udine», con il governatore del Friuli viene raggiunto un compromesso. A dicembre, Tondo si sfila. I suoi assessori sono contrari. «Voleva ancora darci una mano, ma non poteva esporsi. Con lui si è trattato di una sorta di non ingerenza». A quel punto diventa fondamentale il ruolo di Daniele Renzulli, un altro socialista di antica data, considerato l'ex ministro ombra della Salute del Psi, ex consulente di Riccardo Illy, la trasversalità fatta persona. «È stato fondamentale. Una mente eccelsa. Senza di lui io non ce l'avrei fatta a muovermi nei meandri della sanità friulana».
È Renzulli che disegna il percorso per uscire dalla potestà regionale, e indica «La Quiete» come la soluzione migliore. «Entrambi i direttori sanitari erano fortemente contrari. È stata decisiva la volontà del sindaco di Udine, Furio Honsell. Un uomo lontano da me politicamente, ma del quale ho apprezzato la dirittura morale. Ha fatto pressioni, in qualche modo è riuscito ad imporre l'arrivo di Eluana». Anche l'ultimo giorno è stato vissuto sul filo. «Al mattino sono in udienza. Mio figlio si precipita in aula, per dirmi che alcuni membri dello staff e qualche dirigente de La Quiete stanno considerando l'idea di trasferire la paziente. Mi attacco al telefono e minaccio di denunciarli tutti. Il golpe rientra». Alle 19.35 di quel lunedì, Eluana muore. Il racconto è finito. L'esposizione è stata sobria, senza enfasi, che non è proprio il caso. «Dal punto di vista professionale, è stato un lavoro fatto bene». Campeis si rigira tra le mani un tagliacarte. Silenzio. C'è una domanda che rimane sospesa nell'aria. Tutto questo intreccio di relazioni, amicizie, conoscenze, per arrivare ad una morte. «Lo so. Non creda che non ci abbia pensato. È stata una vicenda estrema, come la determinazione di Beppino Englaro a compiere la volontà della figlia. Quell'uomo è un simbolo di speranza, perché ha dimostrato che in questo Paese c'è ancora spazio per persone che credono ai prìncipi e alle regole. Per questo rimango convinto che ne sia valsa la pena».
Marco Imarisio
11 febbraio 2009

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