Loro lo hanno visto così
(Messaggero Veneto, 16 marzo 2009, pag. 21)
PORDENONE. Resta in sospeso il giudizio sul concerto, sull’unica tappa friulana del tour di Steve Hackett, lo storico chitarrista dei Genesis , tenuto l’altra sera al Deposito Giordani di Pordenone. Resta in sospeso perché, se dal punto di vista strettamente musicale questo giudizio giocoforza non può che essere positivo, dall’altro quello di chi, illudendosi, pensava e sperava che l’esibizione di Hackett nulla fosse se non una sorta di best of della band britannica, forse non è altrettanto generoso. Nel suo excursus pordenonese, Hackett ha infatti tracciato velocemente la storia dei Genesis , suonando alcune delle canzoni che hanno fatto al contempo la storia del rock, ma ha anche lasciato ampio spazio alle sperimentazioni, al suo ingegno, alla sua capacità di fare musica in modo autonomo. Quello che è il chitarrista che ha legato indissolubilmente il suo nome all’epoca d’oro dei Genesis e a tanti altri progetti, non sempre fortunati, al Deposito ha infatti compiuto un viaggio che, partendo dal passato e passando attraverso sonorità di ogni genere, è approdato alla ricerca, obiettivo primario di un grande sperimentatore. Accompagnato da Roger King alle tastiere, da un eccellente Gary O’Toole (batteria e percussioni, già con i China Crisis ), da Rob Townsend (sax e flauto, alle spalle collaborazioni con il James Taylor quartet ), e dal bassista Nick Beggs, anima della sua band (e in passato fianco a fianco di artisti del calibro di John Paul Jones dei Led Zeppelin ), Steve Hackett si è confermato nel ruolo di leader silenzioso, dal grande talento, capace però – come ai tempi dei Genesis – di lasciare ampio spazio ai suoi compagni, in un excursus che, a sorpresa, tocca e reinterpreta anche la musica classica, quando non jazz, blues e world music . Detto ciò l’esibizione, alla quale hanno assistito principalmente vecchi fan dei Genesis , quasi increduli di poter vedere cosí da vicino uno dei loro eroi: un’esibizione iniziata con l’inedita Fire on the moon per poi proseguire con Every day , Ace of wands , Pollution B , The steppes , con una sorta di gotica Darktown , quindi con Slogans , Serpentine song e con l’attesissima Firth of fifth – una delle canzoni piú care agli amanti della band inglese -, e con un set acustico nel quale Hackett ha mescolato presente e passato, dando ampio spazio al talento dei suoi musicisti. Chiusa la parte acustica, in un concerto dominato da sonorità ben diverse, si è ripreso poi con Walking away from rainbows , Blood on the rooftops , Mechanical bride , Spectral mornings , Wall of the knives , e ancora con i Genesis di Fly on a windshield e Broadway melody of 1974 ; accontentando un pubblico decisamente competente. Please don’t touch ha poi preceduto A tower struck down , In that quiet earth , un’altra inedita, Storm chaser e la chiusura, prima del bis di Clocks , con l’acclamata Los endos , altra perla dei Genesis di Trick Of The Tail . Piero Della Putta

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