giovedì 5 marzo 2009

VESTIRE GLI IGNUDI CI CONVINCE, MA...

Loro l'hanno visto così
(Messaggero Veneto, 6 marzo 2009, pag. 15)
di MARIO BRANDOLIN
UDINE. Se c’è nella poetica pirandelliana una dicotomia che più di altre genera nei suoi personaggi instabilità e dolorosi sensi di colpi (ma anche una morbosità al limite della patologia), quella è certamente la dicotomia inesorabile e insanabile tra istinto sessuale e ragione, tra l’imperativo delle “carni” e quello altrettanto forte delle regole e delle convenienze sociali, tra l’abbandono incontrollabile al richiamo dei sensi e gli statuti imperanti di una moralità, il più delle volte ipocrita e bacchettona. Un esempio anche piuttosto illuminante in questo senso è costituito da Vestire gli ingudi , testo del 1922 di poco posteriore a Sei personaggi in cerca d’autore . Anche in Vestire gli ignudi c’è uno scrittore che, colpito dalle miserevoli vicende di una giovane, Ersilia Drei, ne vuole scrivere in un romanzo la vita. Per questo, all’indomani del tentato suicidio di costei, la ricovera in casa sua, ma ben presto la vera ragione della disperazione della ragazza, che aveva detto ai giornali di voler morire perché abbandonata dal suo fidanzato, l’ufficiale di marina Laspiga, viene a galla e si scopre che Ersilia è stata in Smirne l’amante consenziente del console, e che durante un incontro amoroso la piccola figlia di costui è morta cadendo dalla terrazza e che il fidanzato in qualche modo serviva a fugare i sospetti della moglie del console. E come il regista dei Sei personaggi , Walter Manfré, che ha curato la messa in scena di Vestire gli ignudi in scena al Giovanni da Udine, ha interpretato la figura dello scrittore Rota, un vigoroso Luigi Diberti anche con sciarpa rossa di rigore. Costui infatti, nella scena di Andrea Viotti che rimanda a un interno borghese ma che è chiaramente “costruita” come un set cinematografico con tanto di cinepresa sul davanti a sinistra, fa un poco il direttore del traffico, nel senso che è lui anche attraverso l’uso di un gong, a tenere le file della vicenda, stimolando spiegazioni, suscitando reazioni, a condurre l’andare e venire sulla scena dei diversi personaggi, essendo sempre presente talvolta anche in platea e anche alle scene più intime, quelle per esempio tra Ersilia e il console in cui i due come in un match si accusano vicendevolmente per finire comunque abbracciati a terra in una sorta di coazione a ripetere la loro passione fatale. E pure la recitazione risente di un’impostazione che rifugge il ragionare, tipico di tutto il teatro pirandelliano, per immergersi in una sorta di melodrammone fotoromanzesco che privilegia i toni declamati a quelli più contenuti dello scavo interiore. Col risultato che va perduto il valore della commedia, che certamente non è delle migliori dello scrittore siciliano, ma che ha almeno un punto di forza, il bellissimo monologo finale, quello in cui la protagonista, un’incolore e monocorde Vanessa Gravina (niente affatto aiutata peraltro dall’uso un poco rabberciato del microfono), ormai morente spiega le ragioni del suo mentire, il bisogno di crearsi almeno per morire una vestina, che ne coprisse quelle misere nudità che ne hanno costellato l’esistenza. Monologo sul quale è puntualmente scattato l’applauso del pubblico, che fin lì alla prima udinese era stato giustamente piuttosto perplesso. Con Diberti e Gravina, applauditi anche gli altri interpreti che erano Luca Biagini un console virilmente ducesco e fascista, Marco Marelli un vanesio Laspiga, Daniela Piacentini la padrona di casa bieca depositaria della rispettabilità borghese e Francesco la Ruffa, il servile giornalista. Repliche fino a sabato 7 marzo.

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