(Messaggero Veneto, 17 aprile 2009, pag. 15)
UDINE. Colori accesi e mai approssimativi, sfavillii, scrosci di gong ed elegie di oboe cinese, magnificenza di trucchi, costumi e armi, architetture e raffinate glosse da indossare o maneggiare con incredibile destrezza. Su questo ricco spartito hanno narrato leggende e miti le acrobazie, i canti, la danza e il mimo degli artisti dell’Opera di Pechino, l’altra sera al teatro Giovanni da Udine, ospiti dell’applaudita programmazione Crossover. E crossover è una definizione che si adatta perfettamente a uno spettacolo sontuoso, ma mai sovrabbondante, che ha attraversato diagonalmente stili, geografie e tradizioni, grazie all’eccellente interpretazione dal vivo di nove musicisti e di una compagnia di attori-acrobati-cantanti-mimi (sette dei quali artisti emeriti) che rendono grande l’istituzione più rappresentativa di quel «tesoro nazionale vivente» che è l’opera teatrale per la cultura cinese. La serata si è presentata come un’antologia drammaturgica, formata da quattro suite dalle opere più note del repertorio: Il racconto dei generali della famiglia Yang, La leggenda del serpente bianco, Il braccialetto di Giada e Il re delle scimmie . Titoli probabilmente non molto conosciuti dal pubblico occidentale, per il quale, altrettanto probabilmente, non è comune trovarsi a districare il complesso intreccio di arti raccolte nell’opera cinese, sedimentazione ed evoluzione di cultura millenaria, stili e codici estetici ed espressivi davvero stranieri . La perentorietà di queste differenze valorizza però la grandezza dell’Opera pechinese: lo spettacolo è arrivato . Subito, diretto. L’ermetismo del gesto e della mimica – ciò che inevitabilmente e sempre demarca le differenze tra culture –, grazie all’incanto della bravura si è tradotto in italiano , liberando con naturalezza le singole sensibilità del pubblico udinese. Ingiusto citare alcuni nomi o alcuni episodi, quando il concetto stesso di individualità è inflessione occidentale e dunque specularmene straniera. Più significativo evidenziare invece la minuziosità, il forte, permanente impatto formale, la divertita leggerezza con cui tutti gli interpreti hanno affrontato prove scenicamente e atleticamente prodigiose. E raccontare, certo, delle arti marziali ridisegnate per il palco, del flusso di una danza in cui si riordinano esplosioni di lotta e silenzi espressivi di gesti comuni, in cui s’intrecciano l’incedere liquido degli artisti, quasi un volo ultraterreno, e i combattimenti decifrati attraverso equilibri di complementarietà e ponderata compenetrazione di spazi, di opposti. Ricordare, infine, la garbata modestia, quel gradevole «grazie mille» pronunciato in italiano, dopo il divertente bis, dalla compagnia schierata sul proscenio per raccogliere il meritato abbraccio degli applausi. Chiara Pippo

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