
A vent’anni della caduta del Muro di Berlino
LA LIBERTÀ degli altri
( nella foto uno slogan popolare sul Muro vicino alla East Side Gallery: "Niente più guerre. Niente più muri. Un mondo unito")
Il 2009 sarà sicuramente ricordato da tutti come l’anno della crisi economica mondiale, l’anno in cui le banche confezionano mutui di tutti i generi, l’anno delle grandi serrate di aziende italiane affermate nel panorama internazionale per i prodotti del Made Italy. Ma, sarà anche ricordato come l’anno del terremoto in Abruzzo, evento che ha turbato l’Italia intera. Il 2009, infine, sarà anche l’anno in cui si celebrerà il ventennale della caduta del muro di Berlino, momento che segnò la fine dei due blocchi e l’inizio dell’unificazione territoriale ed economica di tutta l’Europa. Proviamo a fare un passo indietro. Era il 1945, poco prima della fine della seconda guerra mondiale, nel corso della conferenza di Yalta venne decisa la divisione della Germania, e di Berlino in quattro settori controllati ed amministrati da Unione Sovietica, Stati Uniti d'America, Regno Unito e Francia. Il settore sovietico della città era di gran lunga il più esteso e occupava la maggior parte della metà orientale di Berlino. Nel 1948, il "Blocco di Berlino" da parte dell'Unione Sovietica portò all'attuazione del Ponte aereo per Berlino da parte degli Alleati per rifornire di viveri e generi di prima necessità i tre settori occidentali. Dal 1949 i tre settori controllati da Stati Uniti d'America, Francia e Gran Bretagna (Berlino Ovest), anche se nominalmente indipendenti, erano in effetti una parte di Germania Ovest completamente circondata dalla Germania Est. Inizialmente ai cittadini di Berlino era permesso di circolare liberamente tra tutti i settori, ma con lo sviluppo della Guerra Fredda i movimenti vennero limitati; il confine tra Germania Est e Germania Ovest venne chiuso nel 1952 e l'attrazione dei settori occidentali di Berlino per i cittadini della Germania Est aumentò. Circa 2,5 milioni di tedeschi dell'est passarono ad ovest tra il 1949 e il 1961. Per fermare la fuga dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est iniziò la costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est. Inizialmente questo consisteva di filo spinato, ma già il 15 agosto iniziarono ad essere utilizzati gli elementi prefabbricati di cemento e pietra destinati a formare la prima generazione di un vero e proprio muro. Il muro divideva fisicamente la città; quando circondò completamente Berlino Ovest, trasformò in pratica i settori occidentali in un'isola rinchiusa entro i territori orientali. Viktor Suvorov, nel suo libro L'ombra della Vittoria scrisse: «l’obiettivo del muro era evitare che il popolo della Germania socialista potesse scappare nel mondo normale. Il muro fu costantemente perfezionato e rinforzato, trasformato da un normale muro in un sistema insormontabile di ostacoli, trappole, segnali elaborati, bunker, torri di guardia, tetraedri anti carro e armi a sparo automatico che uccidevano i fuggitivi senza bisogno di intervento da parte delle guardie di confine. Ma più lavoro, ingegnosità, denaro e acciaio i comunisti mettevano per migliorare il muro, più chiaro diventava un concetto: gli esseri umani possono essere mantenuti in una società comunista solo con costruzioni impenetrabili, filo spinato, cani e sparandogli alle spalle. Il muro significava che il sistema che i comunisti avevano costruito non attraeva ma repelleva.» Questo si evidenziò quando da Berlino Est, dall’indigenza, dall’intransigenza militare dalla schiavitù, i cittadini fuggivano alla ricerca di una libertà mancata e per certi versi forzata e falsata dalla realtà. Un muro lo puoi abbattere in pochi giorni a colpi di piccone. La rabbia accumulata no. Subito dopo la caduta del muro i cittadini dei «due mondi» piangevano e si abbracciavano, ma non duro tanto, passata l’euforia incominciarono a guardarsi in cagnesco. I primi si vedevano occupare spazi e privilegi che, fino a quel momento, erano stati loro riservati. Gli altri si guardavano intorno smarriti: il sogno sognato cadeva davanti a difficoltà che nel sogno non c’erano. La stessa parola libertà, con tutti sinonimi, si presentava dopo tanti anni, come un concetto complicato. Il giorno che i Vopos costruirono il muro, in pochi si levarono a protestare. La lotta per la libertà, come quella contro il dolore, sta in piedi soltanto se il concetto si fa diventare universale. Se conserviamo quel tanto di egoismo che ci fa comprendere, capiamo che dalla pelle altrui dipende la nostra. Non è vero che un tempo, parte di russi detestavano gli occidentali, così come non è vero che parte di israeliani odiano i palestinesi. E’ quasi sempre vero, invece, che ovunque il potere acceca, raramente cerca davvero la pace. Durante questi anni una frase che mi ha particolarmente colpito, è quella del cardinale Martini, che in riferimento al muro disse: «chi vuole davvero la pace deve saper rinunciare qualche volta alla giustizia». Così come chi vuole la libertà non deve cercarla nella matematica. L’unica possibile uguaglianza è una disuguaglianza proporzionale alla nostra naturale diversità. Gli uomini sono uguali e liberi quando possono permettersi di essere diversi.
VINCENZO TANZI

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