giovedì 2 aprile 2009

VINCENZO SALEMME DAVVERO SPUMEGGIANTE IN BELLO DI PAPA'!

Loro l'hanno visto così

(Messaggero Veneto, 3 aprile 2009, pag. 15)

UDINE. La cosa bella del teatro è che ti fa vedere la vita standotene comodamente seduto in poltrona. Così è per Bello di papà , lo spettacolo di Vincenzo Salemme che chiude la Stagione di prosa del “Giovanni da Udine, in replica fino al 5 (solo domenica in pomeridiana, alle 16). E martedì a Sacile, mercoledì a Codroipo. L’autore prende infatti uno scapolo - Antonio, cinquantenne ancora prestante, che fa canoa e mountain bike - gli consegna una professione di prestigio e di agio economico, lo fornisce di casa con porte in noce massello e pavimenti in legno pregiato, gli dipinge addosso una serie di esilaranti idiosincrasie e fissazioni, tollerabili solo se le vedi su un palco e gli affianca una fidanzata giovane. Lei, come tutte, quando scatta l’orologio biologico vuole sistemarsi, sposarsi, avere un figlio, poco importa se questo trasformerà il fidanzato-padre in papà-nonno, è necessario, bisogna crescere, vendere finalmente l’auto sportiva, che immaginiamo parcheggiata in garage e comprare la monovolume. A guardarlo in teatro fa ridere, tanto e ferocemente; nella vita, anche se è molto trendy, ti fa un filo d’ansia, misto a tristezza. Così Salemme che regna e vigila su tutto lo spettacolo inventa un’artificio impossibile mettendo a punto un congegno dove farsa e commedia si intrecciano continuamente: un figlio “in prestito”, di quarant’anni, l’amico esaurito e depresso tanto da tentare goffamente il suicidio e che si crede prima bimbo, poi dodicenne e infine diciottenne. Uno psichiatra da strapazzo, il bravo Giovanni Ribò, conduttore di una terapia da commedia a base di farmaci e ipnosi che faccia regredire il malcapitato Emilio (Domenico Aria) e lo porti alla guarigione, in realtà l’occasione per Antonio, lo stesso Salemme per vedere che padre potrebbe essere, saltando la fase ciuccio, passando per quella “poesia sulla sedia”, fino al raggiungimento della maggiore età, con l’uscita da casa. Con un primo tempo che fila come un treno, Salemme è bravissimo e tiene un ritmo che trascina, travolge e contiene tutti gli altri ugualmente all’altezza, si passa dal vaudeville alla farsa d’autore attraversando una seconda parte un po’ meno brillante, fino alla fine, ridendo molto e di gusto anche quando il protagonista scende tra il pubblico e spende il suo mestiere con l’agio e la prontezza della scuola teatrale napoletana. Lo spettacolo piace, di divertirsi senza pensare c’è un gran bisogno e questi figli che non sono più figli e padri che hanno paura di essere padri sono assai attuali. Il testo, leggero e cucito addosso agli attori funziona. Il risultato è dunque un successo pieno. Solo il finale, inaspettato, lascia un po’ l’amaro in bocca. Magari un finale più impopolare e controtendenza ci sarebbe piaciuto di più e ci avrebbe lasciato la speranza di un futuro migliore. Perché, francamente, i “bamboccioni” sono uno strazio e fare i padri è un lavoraccio, ma qualcuno deve pur farlo. Fabiana Dallavalle

Nessun commento:

Posta un commento