domenica 19 aprile 2009

RASSEGNA STAMPA: IL PICCOLO


L’INTERVISTA
«Tondo sta lavorando bene, ora deve aiutare Trieste a uscire dalle nebbie»
di ROBERTA GIANI
TRIESTE «Renzo Tondo promuova la sdemanializzazione del Porto Vecchio di Trieste. E faccia voltare pagina alla città. Io sono pronto ad aiutarlo». Roberto Antonione non si smentisce, nemmeno stavolta. Se ne sta zitto e defilato per mesi, mentre amici e nemici lo dipingono un po’ annoiato, un po’ demotivato, e chissà, magari un pizzico di ragione ce l’hanno. Poi, però, quando rompe il silenzio, il deputato triestino già presidente di Regione, coordinatore nazionale di Forza Italia e sottosegretario agli Esteri non fa sconti. Né usa giri di parole. Critica Isidoro Gottardo, sfida Giulio Camber e i signori dell’immobilismo triestino, rilancia la battaglia sul porto. Invitando il presidente della Regione ad assumerne il comando e garantendogli pieno appoggio: «Come futuro sindaco? No, semmai come futuro presidente del Porto...».Onorevole Antonione, che ha fatto negli ultimi mesi?Sono stato bloccato da un’operazione alla spalla. Ho anche scelto di dare una mano a Onda communication, la società di Michelangelo Agrusti in grande espansione, occupandomi di relazioni istituzionali. Ma, soprattutto, ho fatto e faccio il parlamentare: domani, ad esempio, vado a Mosca in missione per la commissione Esteri.A Trieste e in Friuli Venezia Giulia si è visto e sentito poco.Ho sempre pensato che i parlamentari debbano fare i parlamentari, lasciando al presidente della Regione, ai sindaci, agli assessori il compito di decidere sulla politica locale. Trovo sconveniente interferire. Dopo di che, se posso dare una mano, ovviamente la dò: mi sento con Tondo, collaboriamo, l’ho visto di recente.Domani a Trieste, in un incontro organizzato dal «Piccolo», Tondo fa un bilancio sul suo primo anno di governo. Qual è il suo giudizio?Sicuramente positivo.Eppure, un anno fa, nemmeno lei credeva potesse battere Riccardo Illy.E infatti ribadisco che la vittoria di un anno fa è la vittoria di Tondo: Renzo ci ha creduto sempre, anche quando era da solo, e ce l’ha fatta.Perché il suo giudizio è positivo?Apprezzo innanzitutto lo stile di Tondo: un presidente per i cittadini anziché i cittadini per il presidente. E ne apprezzo la sobrietà, manifestatasi nella manovra di abbattimento del debito come nell’uso oculato delle risorse, una sobrietà ancor più necessaria in un momento di crisi come questo.La crisi monopolizza l’agenda di Tondo. Ma l’opposizione lo accusa di non fare abbastanza.Non sono d’accordo. Tondo sta affrontando la più grave crisi economica del dopo-terremoto e la sta affrontando bene. Non vedo rivolte sociali...Quali sono gli altri motivi del suo giudizio positivo?Tondo ha ereditato la grave crisi dell’Insiel e sinora l’ha gestita ottimamente. Ha ottenuto il commissariamento per l’A4 che Illy aveva chiesto invano. E, sorprendendomi positivamente, ha portato avanti i rapporti internazionali con determinazione.Illy, in questo campo, non era più attivo?No, non più attivo. Illy aveva uno stile diverso, un nome conosciuto in tutto il mondo, e un risalto mediatico maggiore.A proposito di Illy. Crede che abbia chiuso con la politica?Credo che cercherà di influire sulla scelta del futuro candidato sindaco. E aggiungo che, personalmente, sarei contento che ritornasse in campo: un antagonista forte è un bene, ti aiuta a migliorare.Critiche a Tondo?Più che una critica, un invito pressante. Anzi, due: uno sul suo ruolo politico, l’altro sul porto di Trieste.Primo invito. Tondo è il presidente della Regione, eletto direttamente e con grande consenso, pertanto assuma sino in fondo la leadership politica della coalizione: si occupi anche di candidature e nomine, non lasci fare ai partiti, favorisca una nuova classe dirigente. Ne è capace e l’ha dimostrato, ad esempio, affidando Autovie venete a Dario Melò.Allora, però, lei si arrabbiò molto.Sul piano del metodo. Non del merito.A quali candidature o nomine pensa? A quelle di Trieste?A Trieste, sicuramente, assistiamo a spartizioni minimaliste, vediamo sempre le stesse facce, gli stessi giri troppo chiusi.Il secondo invito a Tondo?Renzo ha un grande feeling, ricambiato, con Trieste. Lo sollecito a farsi carico in prima persona del rilancio della città e quindi del porto: c’è bisogno di tutta la sua autorevolezza per vincere le resistenze e portare il porto fuori dalle nebbie.Che dovrebbe fare?Portare avanti, con forza, la proposta che ha avanzato in campagna elettorale e che il sindaco Roberto Dipiazza, il sottosegretario Roberto Menia e tutti noi abbiamo condiviso: la sdemanializzazione del Porto Vecchio.Come?Ci vuole una legge statale che tolga la potestà demaniale sul Porto Vecchio e apra una nuova fase. Irreversibile.C’è chi dice che nemmeno una legge basterebbe a superare i trattati internazionali.Cavilli giuridici. La questione è tutta politica: Roma non avrebbe obiezioni di sorta a concedere a Trieste quello che altri porti hanno già attenuto se a livello locale si trovasse un accordo forte. Purtroppo, ci sono state e ci sono forti resistenze.Giulio Camber si dice favorevole alla rapida approvazione del nuovo piano regolatore portuale. Gli crede?Bene. Allora, insieme a Tondo e a tutti noi, promuova il progetto di legge sulla sdemanializzazione.Come valuta la nomina dei coordinatori regionali del Pdl?Sono molto contento per Menia. Lo considero una garanzia, lavora duro, come sottosegretario raccoglie apprezzamenti trasversali, ha capacità d’ascolto e vanta due doti rare in politica: lealtà e coerenza.È contento anche per Isidoro Gottardo?Purtroppo ho una memoria d’elefante e mi ricordo bene cos’era, cosa ha fatto, cosa ha detto, le sue critiche a Silvio Berlusconi, il suo appoggio a Romano Prodi. Diciamo che non gli riconosco coerenza e lealtà. E non sono il solo: so che qualcuno sta raccogliendo un dossier.Chi? Ferruccio Saro?No, non è Saro.Il senatore del Pdl, però, è sceso in guerra. Condivide?Spesso non condivido quello che Saro fa o come lo fa. Ma apprezzo e rispetto il suo coraggio: Ferruccio, in un panorama politico dove prevale la genuflessione, non esita a esporsi e difendere le sue idee, anche quando sono minoritarie.Dipiazza deve candidarsi alle europee?Deve decidere lui. Io sono favorevole, potrebbe essere utile a tutti se riuscisse a farcela, ma la scelta è molto personale, anche perché l’europarlamento è un luogo complesso, con regole particolari.Eppoi, se Dipiazza se ne va anzitempo, si deve trovare un candidato sindaco.Lo ripeto di nuovo. Spero che Tondo, si voti tra uno o due anni, eserciti un ruolo decisivo nella scelta del candidato e faccia uscire il centrodestra triestino dalle logiche di bassa cucina.C’è chi ha paura che quel candidato possa essere Antonione.Se il mio nome fa paura a certi giri, ne sono contento. Ma, onestamente, non mi interessa fare il sindaco: ho già declinato l’offerta in passato.E cosa le interessa?Fare il presidente del Porto.

CORO DI NO DAI POLITICI LOCALI: NOI SIAMO UN MODELLO
Il ministro per la Pubblica amministrazione: «E nessuno strilli alla lesa autonomia»
di ROBERTO URIZIO
TRIESTE Renato Brunetta torna all’attacco delle Regioni a statuto speciale. Il ministro della Funzione Pubblica, già critico in altre occasioni nei confronti delle autonomie regionali, ha nuovamente sferrato un duro colpo nel corso di un appuntamento elettorale ad Alba, commentando le critiche del sindacato valdostano Savt-Ecole. Basta con i privilegi delle Regioni a statuto speciale, il pensiero del ministro, che parla di «federalismo bastardo» e invita a «non strillare alla lesa autonomia». «Le Regioni a Statuto speciale – ha affermato Brunetta - sono istituzioni della Repubblica che per 50-60 anni hanno, chi bene, chi meno bene, goduto di un vantaggio finanziario. Molti l'hanno usato bene, altri meno bene. Con il federalismo e il federalismo fiscale che stiamo realizzando avremo tutte regioni a statuto speciale. Si giocherà non più sui trasferimenti maggiori, ma sull'efficienza, la qualità, la trasparenza, la produttività. E saremo tutti un po’ più equi. Che nessuno strilli alla lesa autonomia, non si tratta di questo. Si tratta solo di redistribuire meglio le risorse della collettività». E se il sindacato Savt-Ecole ha annunciato che per il prossimo anno ci sarà un incremento nella regione Valle d’Aosta di 30 posti per gli insegnanti e «non il taglio di organici come avviene purtroppo nel resto del territorio nazionale in applicazione della legge Gelmini e della legge Brunetta», il ministro della Funzione Pubblica replica a muso duro: «Mi sono arrabbiato - ha sottolineato - perchè è troppo facile aumentare gli insegnanti con i soldi degli altri. La Valle d'Aosta è una regione piccola, che riceve dallo Stato cinque volte le risorse delle altre.Questo è ciò che io chiamo federalismo bastardo: è troppo facile nascondersi dietro all'autonomia per sprecare le risorse». Secondo Brunetta, «federalismo non vuole dire avere la spesa facile, ma esercitare responsabilità e trasparenza. L'attuale federalismo egoista di matrice post bellica - ha rimarcato - è finito. D'ora in poi dovrà esserci un federalismo nel quale tutte le Regioni siano speciali, e non perchè hanno più soldi delle altre. Credo che in Italia non dobbiamo più avere figli e figliastri, cicale e formiche, con i soldi che vanno sempre solo alle cicale. È stato così per 50 anni, ora è una storia finita: il federalismo che stiamo costruendo sarà un federalismo della convergenza e della responsabilità». E se il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, attacca frontalmente Brunetta affermando di avere «l’impressione che il ministro non conosca la Costituzione oppure non intende rispettarla», il presidente del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, preferisce non commentare le dichiarazioni di Brunetta: «Sulla specialità e sul federalismo ho già detto tutto ed il contrario di tutto. – ha ribadito il governatore – Non posso stare dietro a tutte le dichiarazioni che vengono fuori su questo tema».
CATTURATO DALLA DIGOS
Goran Davidovic viveva in un appartamento a San Giacomo. Via all’estradizione
di MADDALENA REBECCA
TRIESTE Il soggiorno triestino del «Fuhrer», soprannome eloquente affibiato al trentaquattrenne serbo Goran Davidovic, a capo del movimento neonazista «Formazione nazionale», è arrivato al capolinea. Ieri a mezzogiorno gli uomini della Digos hanno fatto irruzione nel suo alloggio di San Giacomo, notificandogli un mandato d’arresto ai fini dell’estradizione. Su di lui, infatti, pende una condanna ad un anno di reclusione per i reati di istigrazione all’odio razziale, nazionale e religioso. Condanna confermata dalla Corte suprema serba nel giugno del 2008. Nel suo appartamento gli investigatori dell’Antiterrorismo, supportati dai colleghi dell’Ufficio immigrazione della questura, hanno trovato diverse bandiere e un centinaio di indumenti con simboli e scritte riconducibili all’area dell’estrema destra. Materiale subito posto sotto sequestro così come il computer portatile utilizzato dal trentaquattrenne serbo, e numerosi cd e floppy disk che confermerebbero i contatti tra Davidovic e altri esponenti di gruppi neonazisti. Il «Furher», attualmente rinchiuso al Coroneo, era monitorato da tempo dagli investigatori triestini che, per entrare in azione, hanno atteso che venisse perfezionata la richiesta di estradizione da parte delle autorità di Belgrado, arrivata solo pochi giorni fa. Il trasferimento nelle carceri serbe avverrà entro 40 giorni sulla base delle indicazioni che verranno diramate dal nostro ministero della Giustizia.E pensare che a Trieste Goran Davidovic si sentiva assolutamente al sicuro. L’aveva ribadito proprio di recente in un’intervista a Radio Free Europe, riportata poi sul sito web dell’emittente radiofonica serba B92. «Qui non mi sto nascondendo - aveva dichiarato -. Vivo legalmente con una carta d'identità italiana». Effettivamente, nonostante la condanna ad un anno di reclusione emessa dalle autorità di Belgrado, il leader del movimento «Nacionalni Stroj» aveva chiesto l’estate scorsa un visto di ricongiungimento familiare. Richiesta giudicata legittima dal momento che la moglie, che vive e lavora da anni nel nostro Paese, ha la cittadinanza italiana. Il fatto che fosse stato rilasciato senza troppi problemi un visto ad un «condannato a un anno di prigione» aveva sollevato forti polemiche in Serbia, al punto da spingere l’ambasciata d'Italia a Belgrado a replicare alle critiche rispondendo con un comunicato ufficiale, nel quale si precisava che le autorità serbe non avevano fornito alla rappresentanza diplomatica italiana informazioni di alcun tipo su Goran Davidovic. Informazioni, evidentemente, arrivate con precisione nelle ultime ore e comunicate per tempi agli investigatori triestini che, ieri, hanno dato il via all’arresto e alla perquisizione dell’abitazione del «sorvegliato speciale»

REFERENDUM ELETTORALE
Non potete pretendere dal tacchino, spiegano gli americani, che dia una mano a organizzare il pranzo della Festa del Ringraziamento, sapendo di doverne essere la portata principale. Non si può chiedere alla Lega di lasciar passare il referendum sulla legge elettorale, sapendo che così metterebbe a rischio il proprio valore aggiunto, l'identità. D'altra parte, Bossi era in credito con Berlusconi, dopo essere stato costretto a digerire i tossici quanto iniqui finanziamenti elargiti alle varie Roma, Catania, Palermo.Né è mai stata davvero in discussione la tenuta del governo: nove anni dopo, rimane tale quello che il leader del Carroccio, annunciandolo in un comizio a Bergamo il 13 febbraio 2000, aveva definito "un patto d'acciaio". E tuttavia, la questione referendaria ha dei cascami indiretti che investono tanto la maggioranza che l'opposizione, alla vigilia di elezioni che contano. Il rapporto tra Lega e Pdl si presenta molto più complesso di quanto non fosse quello con Forza Italia. Quest'ultima poteva contare su un consenso elettorale distribuito in modo abbastanza uniforme nel Paese; fondendosi con An, ha assunto un'impronta marcatamente meridionale, visto che in tutte le regioni a Sud di Roma (tranne Molise e Basilicata) supera il 40 per cento, mentre in tutte quelle a Nord della capitale è al di sotto della sua media nazionale. Va bene considerare la Lega un alleato strategico; ma il Cavaliere non può certo cedere a Bossi la titolarità della rappresentanza della spinosa questione settentrionale, come comincerebbe ad accadere se nel voto di giugno venisse sorpassato dal Carroccio nelle regioni sopra il Po. D'altra parte, il "Senatùr" ha assolutamente bisogno di consolidare la crescita di consensi, e non può farlo che marcando la differenza dal Pdl: avendo ottima memoria, si ricorda bene di aver pagato pesantemente dazio all'alleanza in altre elezioni europee, esattamente dieci anni fa, dimezzando i voti raccolti nelle precedenti politiche. In questo senso, come segnala Angelo Pianebianco, il dichiarato obiettivo di Berlusconi di portare il Pdl al 51 per cento (ammesso e non concesso che oltre ai due partiti si sommino anche i rispettivi elettorati) rischia di andare a scapito non solo della Lega, ma pure del suo stesso schieramento. Perché il Carroccio non può accettare di venire reso marginale per eccesso di crescita dell'alleato, dopo averlo evitato per via referendaria: allora sì che il governo sarebbe a rischio. Queste dinamiche mettono peraltro impietosamente a nudo la debolezza di un Pd che non solo non riesce a intercettare consensi dalle tensioni della maggioranza, ma che anzi vede crescere la voglia di astensione del proprio elettorato di riferimento, come segnalano i recenti sondaggi.
Già un anno fa l’astensionismo nel popolo di centrosinistra crebbe più del doppio rispetto alle politiche ’96. E oggi la buona volontà di Franceschini non basta a compensare le perduranti cattive e vecchie abitudini del nuovo partito.Come le esternazioni critiche di D’Alema di questi giorni, o le ipotesi di candidature autorevoli, ma sideralmente estranee al territorio, tipo quella di Rodotà a Nordest. Se il voto prossimo venturo vedrà salire ancora questa disaffezione senza precedenti nell’elettorato di centrosinistra, le urne diventeranno per il Pd vere e proprie Idi di giugno. Dove finirebbe suo malgrado per subire la sorte cui si è sottratta la Lega: fare la parte del tacchino.Francesco Jori
IL PREMIER: NO A NUOVE TASSE
di NATALIA ANDREANI
L’AQUILA «Quando oggi pensiamo e soffriamo per le vittime e per i danni provocati dal terremoto in Abruzzo non possiamo non ritenere che anche qui abbiano contato in modo pesante, e abbiano contribuito alla gravità del danno umano e del dolore umano comportamenti di disprezzo delle regole, disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini». Sono le cinque del pomeriggio di ieri quando il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pronuncia queste parole ricevendo i francescani nella tenuta di Castelporziano.A L’Aquila, il premier Berlusconi, tornato in Abruzzo per la settima volta in dodici giorni, ha appena compiuto il suo affondo contro i magistrati che hanno aperto l’inchiesta sui crolli e sulle eventuali responsabilità di costruttori e controllori. Un attacco a più riprese che si consuma fra gli sfollati della tendopoli di Pianola e la caserma della Finanza di Coppito dove il Cavaliere, non senza che i suoi addetti impongano qualche ritocco alla scenografia messa insieme nei giorni scorsi dalle Fiamme gialle, tiene una conferenza stampa a fianco del capo della Protezione civile Guido Bertolaso.«Ben vengano le inchieste, ma per favore non riempiamone i giornali. Non perdiamo tempo, cerchiamo di impiegarlo sulla ricostruzione e non dietro a cose che ormai sono accadute. Se qualcuno è colpevole le colpe emergeranno, ma prima di asserire che vi sono responsabilità io credo che servano elementi precisi», attacca il premier mentre a pochi chilometri di distanza i carabinieri sentono i parenti delle vittime. «A me sembra inimmaginabile che dei costruttori possano costruire in zona sismica risparmiando su ferro e cemento. Sarebbero dei pazzi criminali mentre mi risulta che le case crollate fossero in gran parte vecchie», aggiunge Berlusconi indossando i panni di avvocato difensore anche degli amministratori - «di sinistra» - cui spettavano i controlli. «Non era la mia parte politica a governare questa regione», dice ancora Berlusconi che, prima di congedarsi dalle scene, non rinuncia ad una delle sue battute: «Mio padre mi diceva sempre che se uno nasce col piacere di fare del male ha davanti tre scelte: fare il delinquente, il pm o il dentista. Ma i dentisti si sono emancipati, oggi esiste l’anestesia».La replica del procuratore capo de L’Aquila Alfredo Rossini non si è fatta attendere. «L’inchiesta non è una perdita di tempo né è di intralcio alla ricostruzione. Non vedo che nesso possa esserci tra questo e l’accertamento delle eventuali responsabilità penali. Noi facciamo solo il nostro lavoro: sono atti obbligatori, dovuti in base alla legge che ci regola e stiamo cercando di accertare eventuali responsabilità il più velecemente possibile, tenuto conto della complessità dell’inchiesta ed anche della situazione in cui ci troviamo a lavorare. Più di così non possiamo a fare», ha dichiarato il procuratore rifiutandosi di commentare la battutina del premier.In difesa della procura aquilana si è subito schierato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamare che ha definito quelle di Berlusconi «inaccettabili denigrazioni».
Ecco il testo di ringraziamento di Claudio Magris per l’omaggio organizzato dai Comuni di Pordenone e Montereale Valcellina, dalla Comunità montana del Friuli Occidentale e dall’Associazione Thesis, con cui ieri a Pordenone sono stati festeggiati i 70 anni dello scrittore.
Sono passati alcuni anni da quando, in una birreria di Trieste, una cameriera, che avevo ringraziato per la sua gentilezza veramente squisita, mi rispose, schernendosi: “Vede, professore, mia nonna si è laureata con Lei, e allora…”. Sono dunque vaccinato contro ogni malinconia per il raggiunto traguardo del limite biblico dei settant’anni e contro ogni elegiaco sospiro per gli anni che passano, il tempo che fugge, l’età che incalza, la vita che svanisce eccetera eccetera. O weh, wohin entschwunden, ahimé, dove sono spariti gli anni… se si sanno scrivere versi come questi di Walther von der Vogelweide, il grande trovatore medievale tedesco – ma basterebbe essere capaci di comporre la vecchia canzone triestina che piaceva a Svevo, “son vecio, sì, xe vero, questo ghe xe de mal” – si può indulgere a sentimenti vespertini; altrimenti – come in questo caso – è meglio lasciar perdere o ripetere, con García Márquez: “Il tempo passa, Aureliano – mica tanto”.Infatti tutto è sempre presente e ritorna; oggi ci si fa festa insieme tra coetanei, amici più anziani o più giovani ma altrettanto compagni di strada, figli e figlie – anche nipoti – di amici e amiche nei cui lineamenti ritroviamo quelli che ci hanno fatto innamorare e dunque ci innamorano ancora, persone incontrate di recente ma divenute parte di noi, passi antichi e nuovi di chi cammina al nostro fianco e ha vissuto e vive con noi ore felici o difficili o dolorose.Chi, come si usa goffamente dire, ci ha lasciato, non ci ha lasciato affatto; semplicemente è un po’ più avanti, già arrivato a quell’osteria verso cui ci avviamo alla fine della gita, o fermatosi un momento un po’ più indietro, ma pronto a raggiungerci. La vita è tutta un presente; ogni anno, ogni affetto, sogno, incertezza, passione, paura è sempre presente, come lo sono gli anni nei cerchi del tronco di un albero: possiamo toccare fisicamente un anno lontano o un altro più vicino. Il passato, diceva Biagio Marin, non esiste: le cose meramente funzionali una volta esaurita la loro funzione non esistono più, come un’automobile rottamata; le persone, i valori, le passioni, le cose in cui crediamo non appartengono al passato; sono, nell’eternità del presente in cui le viviamo. Infatti diciamo che Shakespeare è un poeta, non che lo era. Come un dice un verso di Saba, durano una vita certe intese e talora anche di più.Naturalmente tutto questo può essere pure visto, con un po’ di malignità, pure da un’altra prospettiva ossia come difficoltà a “superare” qualsiasi cosa. Ho l’impressione di non essere capace di lasciarmi indietro niente. E dunque sono sempre là, il che implica, insieme a una struggente e meritoria fedeltà, forse pure un modo di essere imbranati. Quando ero al Collegio Universitario a Torino – doveva essere il 1958 o ’59 – si fece una partita di calcio tra fedeli – in senso religioso – e non. Io, allora come oggi convinto della centralità del problema della fede ma credente assai dubbioso, giocai un tempo in una e un tempo nell’altra squadra, con pieno consenso di entrambe, in quanto conoscevano la mia lealtà e dunque sapevano che ce l’avrei messa tutta in ambedue i casi e, conoscendo pure la mia disastrosa inattitudine al calcio, erano liete che questa penalizzasse equamente tutte e due i fronti. Può darsi che anche oggi… Come dicono i versi di Montale? “Codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Eppure anche quando non sappiamo con certezza quale sia il bene, diceva Slataper, avvertiamo quale è il meglio e allora pure chi ha tanti dubbi può battersi, con vigore e durezza, in quello che San Paolo chiama “il buon combattimento”. Nonostante ogni incertezza, timore o aridità, la calda vita, per usare l’espressione di Saba, ci nutre, ci sostiene e ci mostra dove andare, magari impauriti ma vincendo la paura.L’accenno a Saba mi permette di ringraziare meglio per il grande regalo di così grande affetto che mi viene fatto e di giustificarmi, di spiegare perché credo di poter accettare senza timidezza questo grande omaggio, pur dubitando di meritarlo per quel che riguarda il generoso riconoscimento al mio lavoro. Tanti anni fa, Saba, non ancora riconosciuto nella sua grandezza, aveva mandato una sua poesia, che parlava di un suo commilitone, ad una rivista, che l’aveva pubblicata e gli aveva dato un compenso di cinquanta lire – erano gli anni in cui si cantava “se potessi avere mille lire al mese”. La sera, in caserma, quel commilitone disse a Saba che doveva dargli 25 lire, perché senza di lui non avrebbe scritto quella poesia.Credo che quel giovane soldato non avesse torto e che la vita abbia diritto di presentare il conto a uno scrittore, poco importa se grande come Saba o piccolo. Quel poco o tanto che riusciamo a combinare, non è mai solo merito nostro; lo dobbiamo a tante persone, genitori, figli, amici e amiche, maestri e allievi, persone amate che hanno condiviso a fondo la nostra esistenza o l’hanno incrociata anche solo per un attimo, facendoci concretamente, fisicamente cogliere, vedere e capire aspetti della vita cui altrimenti saremmo passati accanto senza accorgercene. È anche con i loro occhi che abbiamo guardato il mondo, è anche con la loro voce che ci ha parlato la vita, è il loro essere che ci ha mostrato la giusta strada. Gregorio Magno diceva che senza i suoi fratelli non avrebbe capito le cose essenziali del vivere. E questo può e deve dirlo anche chi non è Papa, né piccolo né grande; certo, specialmente chi non è Papa deve tale conoscenza amorosa delle cose non solo ai fratelli, ma anche alle sorelle. Questi fratelli e sorelle fanno parte di noi; ognuno è un coro ed è al coro intero che va ogni riconoscimento ed ogni attestazione di affetto.Ho parlato di persone, ma penso anche a paesaggi, animali, orizzonti, libri, storie accadute ad altri, tutte cose non create da noi ma divenute nostra carne. Posso dunque accettare con buona coscienza questo dono, questo omaggio, questo libro, queste immagini, perché non vanno solo a me, ma anche ad altri ed ad altre in me; altri e altre che si trovano pure oggi fra coloro che hanno voluto farmi questo regalo e questa festa, che appartiene a loro non meno che a me. Scrivere, per me, significa trascrivere cose ben più importanti di ciò che posso inventare io o altri anche di ben altra statura; “la vita è originale”, diceva Svevo, più delle nostre fantasie. La verità, incalza Melville, è ben più bizzarra della finzione.Potrei, dovrei nominare queste persone, qui presenti o assenti ma egualmente costitutivi della mia storia; dalla mia famiglia - quella in cui sono nato e mi ha formato e quella che ho fondato e che mi ha altrettanto formato e continua a formarmi - a numerosi maestri di cui continuo a sentirmi allievo, ad allievi di cui mi sembrerebbe buffo considerarmi maestro ad amici e amiche con cui abbiamo riso pur in ore difficili. Ringrazio soprattutto chi ha così generosamente voluto preparare, organizzare, architettare, finanziare questo libro (curato da Danilo De Marco e José Angel Gonzales Sainz), questa mostra, questa festa. E ringrazio in particolare tutti coloro che mi hanno testimonianto il loro affetto in questo libro. Fra essi ci sono amici delle mie due città, Trieste dove sono nato e Torino senza la quale non sarei interiormente cresciuto e dove vivono persone essenziali nella mia esistenza. Fra essi ci sono inoltre amici di diversi paesi e diverse culture nelle quali, spesso anche grazie a loro, sono di casa.La nostra patria è il mondo come per i pesci il mare, diceva Dante, per sottolineare il suo particolare amore per Firenze appreso a furia di bere l’acqua dell’Arno. Ma, visto che Montale chiedeva malignamente: “E a Trieste, vi odiate sempre tanto?”, sono particolarmente lieto che questo dono mi venga fatto dalla e nella mia terra, la Trieste della mia famiglia materna e il Friuli pedemontano - in particolare da Pordenone - da dove viene la famiglia di mio padre, a smentire quella battuta di Montale. Da Trieste ho avuto molto e dovrei anche qui ricordare colleghi (nello studio, nella tossicodipendenza dalla scrittura e in altre avventure) cui devo molto. Ricordo per tutti il battesimo datomi per così dire da Biagio Marin, l’ironica pazienza con cui Giorgio Voghera mi aiutava a penetrare nell’universo ebraico e la magnanima, chiarificatrice attenzione critica di Elvio Guagnini. Il sarcasmo di Montale, certo universalmente valido data l’universalità dei sentimenti malvagi, vale comunque meno per la Trieste di oggi, più modesta ma migliore, più libera da rancori, specialmente nazionalistici di quella di ieri e più capace di accettare la propria identità. Il giorno in cui “Il Piccolo” ha pubblicato l’articolo di Boris Pahor sulle foibe è stato un giorno gravido di futuro.Appartengo a una generazione fortunata, preservata dal coinvolgimento nella guerra e cresciuta in una realtà che si apriva a speranze, offriva possibilità di lavoro e progetti di migliorare il mondo. Oggi è tanto più difficile, per un giovane che si affaccia alla maturità e al lavoro inserirsi nel mondo e realizzare le proprie vocazioni, come abbiamo potuto più facilmente fare noi. Ogni risultato, grande o piccolo, non dipende solo o tanto dal singolo individuo, bensì in larga misura pure dalla contingenza storica in cui un individuo si trova a vivere, oltre che, come sempre, dal caso.Passo per un buon conoscitore della letteratura austriaca e credo di esserlo. Ciò mi imbarazza un poco e non solo perché, come insegna l’Azione Parallela di Musil, ogni celebrazione rischia di non trovare alla fine l’oggetto da celebrare. Uno dei pregi della vecchia Austria, scrive ancora Musil, consisteva nel fatto che in quel paese si prendeva spesso un genio per un babbeo ma, diversamente che i altri paesi, non si prendeva mai un babbeo per un genio. E dunque non vorrei… Comunque alcuni, specialmente quelli più vicini a me, dicono che i miei settant’anni si fanno sentire anche nella crescente tendenza a ripetere le stesse storielle. Mi pare giusto dar loro soddisfazione e concludere questo mio commosso grazie con la citazione che ho ripetuto più spesso di tutte le altre, ossia con quel vecchio detto chassidico, ebraico-orientale, il quale dice che l’uomo viene dalla polvere e torna alla polvere ma nell’intervallo può bersi qualche buon bicchierino. Prosit!
Davide Paganelli, 39 anni, stava rientrando a casa in auto dopo aver suonato in un locale
di MADDALENA REBECCA
Stava rientrando nella sua abitazione di Muggia dopo aver suonato in un locale di Gorizia. A casa però Davide Paganelli, un musicista di 39 anni molto noto nell’ambiente, non è mai arrivato. La sua corsa è terminata sulla Grande viabilità, proprio sotto l’abitato di Cattinara. L’Audi A6 station wagon a bordo della quale viaggiava è uscita di strada all’altezza di una curva ed è finita contro il guard-rail centrale. L’impatto è stato violentissimo e non ha lasciato scampo al giovane, deceduto praticamente sul colpo.Le cause dello schianto, avvenuto poco dopo le 5.30 di ieri mattina, non sono ancora state chiarite. Visto l’orario, però, gli agenti della Polstrada, intervenuti sul posto assieme ai sanitari del 118, hanno pensato inizialmente ad un colpo di sonno. Tesi che tuttavia lascia perplessa la fidanzata, Sabrina Scoreancig. «Avevo sentito Davide al telefono attorno alle 5 e mi era sembrato perfettamente sveglio - racconta con un filo di voce -. Per questo non ho continuato a chiamarlo, come invece faccio ogni volta che mi appare assonnato o stanco, e ho aspettato che rientrasse. Non riesco proprio a capire cosa sia successo in quella mezz’ora. Davide è sempre stato un automobilista prudente. Spesso, proprio per evitare perdite di lucidità alla guida sulla strada del rientro, si fermava a dormire in macchina». Assieme alla fidanzata Davide Paganelli - originario di Genova, ma trasferitosi da tempo in regione assieme agli anziani genitori, che attualmente vivono a Turriaco - aveva preso in gestione la gelateria Arnoldo nel cuore di Muggia. «L’inaugurazione era avvenuta appena due settimane fa - continua Sabrina -. Con quell’attività contavamo di riuscire a recuperare i soldi per sposarci l’anno prossimo. Di matrimonio parlavamo infatti da tempo ma, per un motivo o per l’altro, ci trovavamo sempre a rimandare». In passato Paganelli aveva vissuto a Piacenza, dove aveva suonato in un’orchestra. Poi, sempre per seguire la sua passione per la musica («gliel’aveva trasmessa la madre che adorava le canzoni di Baglioni» racconta ancora la fidanzata), era arrivato a Trieste. E qui, con il tempo, aveva finito per affermarsi nel giro dei locali e delle manifestazioni. Alcuni anni fa, per esempio, aveva animato le serate estive alla pizzeria dello stabilimento Ausonia. «E quando suonava lui, c’era così tanta gente che i tavoli non bastavano - spiega Andrea Sessa, promotore di eventi e buon conoscente della vittima -. Come musicista Davide era davvero bravo tanto che, per riuscire ad averlo per qualche esibizione, dovevi prendere accordi almeno un paio di mesi prima».Ultimamente Paganelli alternava le serate nei locali alle feste di matrimonio ed era richiestissimo in tutta la regione, D’estate, per esempio, era ospite fisso degli eventi di Grado. Il suo sogno, però, era quello di riuscire a cantare a Sanremo. E ci era anche andato molto vicino: nel 2001 infatti era entrato tra i finalisti regionali dell’Accademia della canzone sanremese ma, per un soffio, non aveva superato la selezione finale. Una battuta d’arresto che tuttavia non l’aveva scoraggiato. «Davide era una persona positiva, di un’allegria e una disponibilità estreme - spiega l’amico Sergio Sardo -. Un ragazzo davvero unico che non meritava una fine del genere. Cosa sia potuto succedere ancora non lo capisco. Di sicuro non si è messo al volante ubriaco: lui, durante le serate beveva sempre e soltanto acqua».
È lungo poco meno di due metri e, a giudicare dalla prima impressione, gode di ottima salute. È il delfino comparso ieri, attorno alle 8,30, vicino alla sede della Capitaneria di porto e avvistato poi nel corso della mattinata in altri punti davanti alle Rive. Secondo gli esperti della Riserva marina, si tratterebbe di un esemplare di «stenella», specie caratterizzata da alcune striature laterali nettamente visibili anche sul dorso dell’animale approdato a sorpresa nel salotto buono della città. «Con ogni probabilità abbiamo a che fare con lo stesso esemplare avvistato un paio di settimane fa davanti a Miramare - spiega il biologo Roberto Odorico -. Il fatto che si sia spinto sottocosta non deve far pensare a ferite o altri fattori che impediscano di riprendere il largo. Il delfino, stando almeno alle prime indicazioni, potrebbe riprendere facilmente il largo ma non lo fa, almeno per il momento, perché attratto dalla grande disponibilità di cibo. L’innalzamento delle temperature sta infatti portando ricchi banchi di pesce nel golfo e l’esemplare avvistato in questo periodo, evidentemente, ne approfitta».Le stenelle sono ghiotte di pesce azzurro, dagli sgombri ai sardoni, ma anche di latterini. Qualità di pesce che, appunto, il delfino avvistato ieri può trovare in questo periodo senza fare troppa fatica strando vicino alla riva.Diffile, per il momento, stabilire se si tratti di un maschio o di una femmina e dare indicazioni precise sull’età. Informazioni che spetta però agli esperti della Riserva appurare e non ai curiosi, che sono invitati invece a stare lontani per non spaventare l’animale. «È importante soprattutto che non gli si avvicinino le barche a motore - conclude il biologo marino -. Il rumore e il movimento delle eliche, infatti, potrebbero seriamente disturbarlo».L’estate scorsa ad attirare la curiosità dei triestini, era stato l’arrivo di un altro delfino, subito ribattezzato dai più piccoli «Flipper», rimasto per parecchi giorni nelle acque della Sacchetta. Impossibile, però, che quello arrivato ieri sia lo stesso animale: Flipper, infatti, apparteneva alla specie «tursiope» e, con i suoi due metri e mezzo di lunghezza, era decisamente più robusto.

FERRIERA DI SERVOLA VERSO LA RICONVERSIONE
di SILVIO MARANZANA
Si mette improvvisamente in moto, almeno sulla carta, e con inattesa unità d’intenti, tutta l’area Est della provincia che costituirà il futuro economico-occupazionale di Trieste. Domani Lucchini-Severstal, Regione, Provincia e Comune di Trieste firmeranno il protocollo d’intesa per la nuova megacentrale termoelettrica da 420 Mw del gruppo bresciano, primo nucleo per la riconversione della Ferriera. Mercoledì, come si evidenzia in questa stessa pagina, il presidente dell’Autorità portuale Claudio Boniciolli sarà al Cipe che gli renderà noto l’ammontare dei finanziamenti per la Piattaforma logistica e nello stesso giorno la Commissione urbanistica del Comune invierà al Consiglio per il voto del 27 aprile le intese con il Piano regolatore del porto.L’appuntamento di lunedì è fissato alle 15 in Regione. «È una firma importamente che rafforza il procedimento autorizzativo per la realizzazione dell’impianto - ha commentato ieri Francesco Semino, direttore delle relazioni esterne della Lucchini-Severstal - va ribadito però che lunedì non si avvia l’iter per la dismissione della Ferriera, ma si mette solo il primo tassello per andare verso una certa direzione».L’entrata in funzione della centrale, per la cui realizzazione il gruppo ha stabilito ben 300 milioni di investimento, non è però prevista prima del 2012. L’impianto occuperà una superficie di 30 mila metri quadrati oggi in concessione al Comune di Trieste, accanto al termovalorizzatore. A regime occuperà 150 persone tra dipendenti diretti e indotto. Il nuovo impianto (420 Mw) sarà di potenza ben superiore alle centrali tradizionali (170 megawatt), funzionerà esclusivamente a metano e produrrà energia elettrica e vapore.Secondo quanto è trapelato, il testo del protocollo definisce la centrale elettrica come una risorsa per il territorio, riconosce il progetto come importante occasione di riconversione produttiva e impegna i firmatari a porre in essere le azioni necessarie all’emissione del decreto autorizzativo del ministero dello Sviluppo economico e a promuovere il progetto presso tutti gli enti interessati.Attualmente è in fase di stesura il progetto della centrale per la quale, all’interno dello stesso protocollo, la Lucchini-Severstal si impegna a mettere in atto le più efficaci misure per la salvaguardia ambientale. Il protocollo accoglie anche un emendamento avanzato della Provincia e al posto dell’Osservatorio ambientale che avrebbe dovuto essere creato presso il Comune, sarà costituito un Osservatorio socio-ambientale che terrà conto anche della situazione occupazionale e che sarà collocato presso la Provincia che ha competenza su entrambe queste materie. Per la gestione dell’impianto il Gruppo ha già annunciato la creazione di una società ad hoc, ”Lucchini energia”, con sede a Trieste e quindi con ricadute economiche e fiscali a vantaggio della città.Lunedì, dopo l’appuntamento per la firma, sempre in Regione si svolgerà l’incontro convocato dal presidente Renzo Tondo con i rappresentanti sindacali, oltre che con gli stessi amministratori locali, per monitorare l’andamento della cassa integrazione alla Ferriera che entro la fine di questo mese dovrebbe riguardare ben 180 dipendenti. «L’Arpa sta facendo le analisi per l’autorizzazione all’attivazione dell’altoforno numero 3», ha detto ieri l’assessore regionale all’Ambiente Vanni Lenna. Ma qualche giorno fa il direttore dello stabilimento Francesco Rosato ha fatto crescere l’allarme: «Vedremo a giugno se ci sono le condizioni di mercato per attivarlo».
TORINO L'Inter ha vinto lo scudetto. Una conferma. Molto rumore per nulla, quindi, com'era prevedibile: la sfida è finita in parità, ma l'Inter si è dimostrata più squadra della Juve, a prescindere dal risultato (e dal gol di Balotelli in contropiede, forse falsato da un fallo inziale di Chivu, e dal pareggio finale di Grygera). Dieci punti di vantaggio sono davvero troppi. Inter superiore perchè Buffon ha salvato almeno quattro volte la porta (la prima in collaborazione con Tiago sulla linea) e per il fatto che la squadra di Mourinho ha giocato con sicurezza, senza concedere nulla all'avversario, salvo nel recupero. La Juve ha avuto solo l'impennata d'orgoglio finale, raggiungendo il pareggio.I bianconeri hanno franato spesso a centrocampo (Poulsen male) laddove il mestiere di Cambiasso, Muntari e Stankovic ha prevalso. I bianconeri hanno ceduto anche al nervosismo (Tiago espulso), mostrando limiti anche caratteriali, oltre che tecnici. E tuttavia Grygera alla fine ha siglato l'1-1, premiando l'impegno della Juve.Ranieri aveva confermato la formazione ipotizzata alla vigilia: Grygera, Marchionni e Tiago dall'inizio. Mourinho aveva invece preferito l'esperienza di Zanetti (ottimo) alla freschezza di Santon sul fianco destro, Ssamuel centrale e Chivu a sinistra. Aveva schierato l'Inter con Cambiasso (il faro del gioco nerazzurro) davanti alla difesa, Figo (spesso bruciato in velocità da Molinaro) e Balotelli (incisivo) larghi a supportare Ibrahimovic (molto movimento, persino per aiutare la difesa). I due si sono spesso cambiati di posizione e, specie nei primi venti minuti, l'Inter è sembrata meglio disposta, anche per la fragilità del centrocampo bianconero, specie per quanto riguarda l'apporto di Poulsen. Cambiasso ha ben orchestrato la manovra nerazzurra in tandem con Muntari. Al 10' Balotelli ha superato Chiellini centralmente, Buffon è uscito deviando il rasoterra: la palla si è avviata lemme lemme verso la porta indifesa e Tiago è intervenuto in extremis sulla linea salvando la Juventus dalla capitolazione.La Juve ha tentato una reazione, ma le sue ondate sono apparse velleitarie: non un tiro vero.Gioco ancora più frammentario nella ripresa, con l'Inter più intraprendente e proprio nella ripresa sono stati segnati i gol dell’incontro.

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